I fatti erano avvenuti a luglio all’interno dell’Anelda. La banda armata di pistole aveva lasciato la ditta con oltre 200mila euro di biciclette. Le minuziose indagini dei carabinieri del Nucleo Operativo di Cantù e della Stazione di Mozzate hanno permesso di individuare e sgominare l’organizzazione.

Dipendenti sequestrati e un camion di refurtiva

I fatti risalgono al primo pomeriggio del 21 luglio, in via Al Corbè. Tre uomini armati di pistola avevano fatto irruzione del capannone della Anelda Sas, ditta specializzata nella commercializzazione di bicilette professionali. Un colpo chiaramente preparato, iniziato subito dopo l’arrivo di un autoarticolato di una cooperativa che lavorava per conto della ex Bartolini. Pistola in pugno e volto scoperto, i rapinatori avevano radunato i 5 dipendenti presenti, costringendoli a terra con le armi puntate e privandoli dei cellulari. Subito dopo uno dei malviventi aveva fatto caricare a uno degli operai l’autoarticolato, riempiendolo di 180 bicilette. Ovviamente, assicurandosi di far caricare solo quelle più costose.

L’autista costretto a fuggire con la refurtiva e i ladri

Terminate le operazioni di carico, durate una quarantina di minuti, era il momento della fuga. Uno dei rapinatori aveva puntato l’arma al camionista di origine ucraina, intimandogli di salire sul mezzo e mettersi alla guida. Lui, il malvivente, al posto del passeggero così da tenere sotto stretta minaccia l’autista. Mentre il camion si allontanava, i due complici erano rimasti nella ditta per evitare che questi chiamassero i soccorsi prima che la refurtiva fosse ormai lontana. Una decina di minuti, tempo sufficiente per ritenersi ormai al sicuro.

L’autista liberato solo in serata: le indagini

La fuga era iniziata, ed era durata fino a sera. Solo alle 18.45 l’autista ucraino era stato liberato, insieme al camion nel frattempo svuotato di tutto il prezioso carico, a Melegnano. Le indagini sono subito iniziate per dare il prima possibile un volto ai tre rapinatori (che non si erano preoccupati di coprirsi) e rintracciarli per assicurarli alla giustizia. I carabinieri della stazione di Mozzate e del Nucleo Operativo di Cantù avevano subito interrogato i dipendenti in cerca dei minimi particolari. Contemporaneamente venivano controllati i filmati di numerose telecamere della zona per ricostruire il tragitto del mezzo e ottenere informazioni sul modus operandi e sulle caratteristiche fisiche dei colpevoli. Così era stato individuata la presenza anche di un quarto complice, che a bordo di un’auto rubata aveva atteso la conclusione dell’azione fuori dalla ditta rapinata. Testimoni, telecamere ma anche migliaia di dati dai tabulati telefonici, dai quali era emersa l’attenzione e la cautela dei rapinatori nel tentare di sviare le indagini. Una cautela però non sufficiente a passare inosservati, dato che uno dei rapinatori aveva inavvertitamente lasciato traccia della sua presenza in zona, traccia che non è sfuggita al certosino lavoro manuale degli analisti del Nucleo Operativo.

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Un’organizzazione specializzata

Man mano che le indagini proseguivano diventava sempre più chiaro che gli autori facessero parte di un’organizzazione specializzata nel settore dell’autotrasporto di merci. Il monitoraggio dei reati simili avvenuti in Regione e anche oltre i suoi confini aveva restituito chiare prove di una rete di cui i rapinatori che avevano colpito a Mozzate erano parte. Una rete che intanto, il 31 luglio, aveva colpito anche a Pieve Emanuele (Mi): qui erano stati arrestati due pregiudicati del bergamasco, Matteo e Marco De Giglio, padre e figlio, trovati a bordo di un autocarro carico di prodotti alimentari rapinato poco prima, sempre con l’autista sequestrato e sempre in una ditta del comasco. Un rapido confronto delle foto segnaletiche aveva immediatamente confermato che i due si trovavano dieci giorni prima all’interno dell’Anelda, armi in pugno.

Continuano le indagini, caccia ai complici

Presi i primi due, i carabinieri di Como e Mozzate si sono messi sulle tracce dei complici. Una ricerca che ha passato al vaglio tutte le frequentazioni dei due pregiudicati fino ad arrivare ai nomi di Gesualdo Cusumano e Antonio Leprinetti. Proprio i legami di quest’ultimo coi De Giglio, oltre alla traccia telefonica lasciata sul luogo della rapina, non hanno lasciato dubbi agli investigatori. Oggi, la notifica dei provvedimenti restrittivi ai De Giglio, che già si trovavano in carcere a San Vittore, e le manette a Leprinetti e Cusumano, trovati nelle rispettive case e tradotti in altri carceri lombardi. Ma ancora, le indagini continuano. I Carabinieri di Mozzate e di Como sono alla ricerca di altri complici che possano aver contribuito alla rapina in ditta. Oltre che di indizi che possano permettere di rintracciare la refurtiva che potrebbe aver subito imboccato la via dell’Est Europa.